Fabio Sebastiani Da Liberazione del 2 ottobre 2011
Come risponderà il mondo del lavoro allo slogan "la crisi non la paghiamo"? All'Ambra Jovinelli i delegati non mancano. Sono pochi, però, quelli che intervengono dal palco. Tra questi Mimmo Loffredo, della Fiat di Pomigliano d'Arco. Mimmo non si nasconde le difficoltà della fase, legate per lo più al ricatto del posto di lavoro, alla crisi economica che, come conseguenza diretta, ha portato ad un forte inasprimento delle condizioni di lavoro e salariali. «Gli operai resistono come possono e come sanno fare, ma finché non ci sarà un cambio di mentalità sarà difficile costruire vertenze più radicali». Solo un cambio di mentalità? E il sindacato? «La Cgil ha fatto con lo sciopero del 6 settembre una certa operazione politica senza però avere un programma chiaro davanti a se».
Risultato, ora il più grande sindacato d'Italia si trova in una sorta di guado. E tiene nel guado anche i lavoratori. Da qui l'espressione "un sindacato che fa da tappo". Se pure la Uil è costretta allo sciopero (nel pubblico impiego, ndr) vuol dire che il fermento c'è. «Ma il rischio è che con il cambio dell'esecutivo - dice un lavoratore del settore dei trasporti - quello stesso fermento venga guidato verso il "governo amico"». Federico Giusti, dei Cobas del Pubblico impiego di Pisa, è l'unico che ha votato contro il documento finale dell'assemblea. «Continuiamo a ripetere che il debito non lo paghiamo ma rimane il punto su come riuscire a legarlo alle piattaforme nel posto di lavoro». Giusti parla della precarietà, per esempio, e di quanto ormai questa condizione non indichi più solo quei lavoratori e lavoratrici che hanno un lavoro a tempo determinato «ma anche gli altri, come i cassaintegrati». «Occorre tornare a praticare quella trasversalità, al di là delle appartenenze sindacali, che può rappresentare il vero interesse dei lavoratori», conclude.
Che la Cgil si trovi nel guado, da una parte la mobilitazione "dovuta" e, dall'altra, l'accordo con Confindustria, Cisl e Uil, non è un esercizio di fantasia. A parte la lettera Trichet-Draghi sul nesso tra "articolo 8" (Maurizio Sacconi) e accordo del 28 giugno, è stata la stessa Emma Marcegaglia a parlare di «compatibilità» tra il nuovo accordo sul sistema contrattuale e i licenziamenti in deroga all'articolo 18. Insomma, solo la Corte Costituzionale può togliere, almeno formalmente, le castagne dal fuoco alla leader della Cgil Susanna Camusso. Rimane il nodo politico: cosa accadrà sulle pensioni? E sui rinnovi dei contratti? Sui licenziamenti facili alla fine si arretrerà affidando ai vari "accordi aziendali" la decisione? Cosa accadrà sulla vicenda Fiat? Rimarrà un "esperimento" di Sergio Marchionne o verrà generalizzato dagli imprenditori italiani?
«I provvedimenti presi dal Governo e la ricetta della Bce - dice Pietro Passarino, della Rete 28 aprile - non potranno che portare ad ulteriori drammatizzazioni e la linea della riduzione del danno non regge». «Servirebbe una piattaforma che faccia intravvedere una vertenza generale - aggiunge - che sia in grado di individuare ricette sulla qualità dello sviluppo e, dall'altra, interventi sulla redistrizione del reddito che investano la politica contrattuale».
Tra i delegati dell'Ambra Jovinelli il timore di una capitolazione della Cgil è forte. E c'è anche la preoccupazione sulla tenuta della Fiom e della "Cgil che vogliamo", l'area di opposizione in Cgil.
Come risponderà il mondo del lavoro allo slogan "la crisi non la paghiamo"? All'Ambra Jovinelli i delegati non mancano. Sono pochi, però, quelli che intervengono dal palco. Tra questi Mimmo Loffredo, della Fiat di Pomigliano d'Arco. Mimmo non si nasconde le difficoltà della fase, legate per lo più al ricatto del posto di lavoro, alla crisi economica che, come conseguenza diretta, ha portato ad un forte inasprimento delle condizioni di lavoro e salariali. «Gli operai resistono come possono e come sanno fare, ma finché non ci sarà un cambio di mentalità sarà difficile costruire vertenze più radicali». Solo un cambio di mentalità? E il sindacato? «La Cgil ha fatto con lo sciopero del 6 settembre una certa operazione politica senza però avere un programma chiaro davanti a se».
Risultato, ora il più grande sindacato d'Italia si trova in una sorta di guado. E tiene nel guado anche i lavoratori. Da qui l'espressione "un sindacato che fa da tappo". Se pure la Uil è costretta allo sciopero (nel pubblico impiego, ndr) vuol dire che il fermento c'è. «Ma il rischio è che con il cambio dell'esecutivo - dice un lavoratore del settore dei trasporti - quello stesso fermento venga guidato verso il "governo amico"». Federico Giusti, dei Cobas del Pubblico impiego di Pisa, è l'unico che ha votato contro il documento finale dell'assemblea. «Continuiamo a ripetere che il debito non lo paghiamo ma rimane il punto su come riuscire a legarlo alle piattaforme nel posto di lavoro». Giusti parla della precarietà, per esempio, e di quanto ormai questa condizione non indichi più solo quei lavoratori e lavoratrici che hanno un lavoro a tempo determinato «ma anche gli altri, come i cassaintegrati». «Occorre tornare a praticare quella trasversalità, al di là delle appartenenze sindacali, che può rappresentare il vero interesse dei lavoratori», conclude.
Che la Cgil si trovi nel guado, da una parte la mobilitazione "dovuta" e, dall'altra, l'accordo con Confindustria, Cisl e Uil, non è un esercizio di fantasia. A parte la lettera Trichet-Draghi sul nesso tra "articolo 8" (Maurizio Sacconi) e accordo del 28 giugno, è stata la stessa Emma Marcegaglia a parlare di «compatibilità» tra il nuovo accordo sul sistema contrattuale e i licenziamenti in deroga all'articolo 18. Insomma, solo la Corte Costituzionale può togliere, almeno formalmente, le castagne dal fuoco alla leader della Cgil Susanna Camusso. Rimane il nodo politico: cosa accadrà sulle pensioni? E sui rinnovi dei contratti? Sui licenziamenti facili alla fine si arretrerà affidando ai vari "accordi aziendali" la decisione? Cosa accadrà sulla vicenda Fiat? Rimarrà un "esperimento" di Sergio Marchionne o verrà generalizzato dagli imprenditori italiani?
«I provvedimenti presi dal Governo e la ricetta della Bce - dice Pietro Passarino, della Rete 28 aprile - non potranno che portare ad ulteriori drammatizzazioni e la linea della riduzione del danno non regge». «Servirebbe una piattaforma che faccia intravvedere una vertenza generale - aggiunge - che sia in grado di individuare ricette sulla qualità dello sviluppo e, dall'altra, interventi sulla redistrizione del reddito che investano la politica contrattuale».
Tra i delegati dell'Ambra Jovinelli il timore di una capitolazione della Cgil è forte. E c'è anche la preoccupazione sulla tenuta della Fiom e della "Cgil che vogliamo", l'area di opposizione in Cgil.












