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Craxi, Così Nacque Il Berlusconismo

Craxi, Così Nacque Il Berlusconismo - Partito Rifondazione Comunista
Checchino Antonini
Che l'impronta lasciata da Craxi sia «non cancellabile», come ha scritto ieri Napolitano alla vedova dell'ex segretario del Psi, più volte capo del governo, è patrimonio condiviso da tutti. Così pure che l'abbia lasciata, quell'orma, «in un complesso intreccio di luci e ombre, nella vita del nostro Stato democratico», si legge ancora nella missiva resa nota ieri alla vigilia del decennale della morte. Persino che la sua eredità «non può venir sacrificata al solo discorso sulle responsabilità sanzionate per via giudiziaria» potrebbe essere sottoscritta. Quando il capo dello Stato fa cenno ai quattro anni in cui guidò il governo e al «discorso sulle riforme istituzionali» come «l'elemento forse più innovativo della riflessione e della strategia politica dell'onorevole Craxi si entra, invece, nel vivo di quello che Paolo Ferrero definisce un tentativo revisionista di riscrittura della storia d'Italia che avviene in un clima «orwelliano». «La battaglia sulla memoria è oggi un fatto direttamente politico». Perché ciò che Napolitano revoca come «necessità di una revisione» della Carta è il nodo della questione: «E' vero Craxi fu un precursore. Precursore del berlusconismo nella distruzione del movimento operaio, nella mutazione della politica come gestione d'affari», spiega il segretario di Rifondazione, e portavoce della Federazione della Sinistra prendendo le distanze dal Quirinale: «L'Impronta di Craxi sulla politica italiana è indelebile, sì, ma in quanto tutta negativa: Craxi è stato un campione in tangenti, nell'aumentare il declino dell'Italia e nell'imbastire politiche fortemente antioperaie». Temi che, mentre le agenzie battevano il messaggio di Napolitano, Ferrero affrontava in un convegno a Roma dal titolo emblematico: "Craxi, le origini del berlusconismo", una traccia piuttosto utile per sciogliere il dilemma se il leader socialista sia stato un grande statista riformatore oppure un corruttore antioperaio.
A moderare il notista del Fatto, Luca Telese, reduce da Hammamet dove ha assistito alla «celebrazione di un'icona svuotata». Una «memoria non pacificata» rivendicata da una parte, in un albergo di lusso, dai seguaci di Stefania Craxi, transitati nel Pdl;dall'altra dai sodali di Bobo, sparsi per gli alberghetti di questa Riccione tunisina: «La Milano che ha bevuto», la chiama il notista politico ricordando come questo dibattito apologetico, per ora, sia relegato alla sfera mediatica più che nel senso comune.
Paolo Ciofi, economista, all'epoca dei fatti era nei piani alti di Botteghe Oscure. Spiega che la «rivendicazione di Stefania» è funzionale alla costruzione di un «Padre nobile di una nuova Repubblica», quella che si vorrebbe costruire smantellando la Costituzione. In realtà, a suo dire, la figura di Craxi andrebbe inquadrata nella parabola compresa tra la linea dell'alternativa socialista e la dissoluzione del Psi passando per la stagione del Caf. In mezzo «la "grande riforma"« evocata da Bettino già nel '79: la Carta andava riscritta perché «imbrigliava la società», sintetizzò Formica. Insomma, si traghettò il Psi e parte della sinistra dall'idea di trasformazione a quella di governabilità indicando nell'impresa capitalistica il motore della storia. Impronta indelebile di quei vincoli da scigliere fu la cancellazione della sentenza della Consulta che consentì il via libera alle tv berlusconiane. Poi venne il decreto di S.Valentino, il taglio di tre punti di contingenza. Era l'84.«Da allora comincia il declino del salario», ha detto Giampaolo Patta, allora dirigente della Cgil lombarda. Fu una stagione di rottura radicale a sinistra, con il Pci e dentro la Cgil, con la componente socialista che arrivò a minacciare l'uscita e che, nei fatti, sabotò il referendum sulla scala mobile. «La spaccatura dei sindacati non l'ha inventata Berlusconi». Però fu anche una stagione di promesse mancate. l'inizio del declino. Se l'Italia contava nell'84 per il 4,2% dell'economia mondiale, ora conta per il 2,1%. L'Italia di Craxi ha perso la sfida della globalizzazione. Prma di lui Ciofi aveva ricordato che quelle politiche avevano iniziato un immane trasferimento di ricchezza dal lavoro alla finanza e condotto il paese sull'orlo della catastrofe finanziaria. Era iniziata la deriva verso il partito leggero, il partito del leader ma, allora, la forzatura presidenzialista fallì.
Gianni Rinaldini, leader Fiom, era allora il segretario Pci a Reggio Emilia. Ricorda le intuizioni di Craxi dei mutamenti in corso, l'uso spregiudicato della linea dell'alternativa e, più in generale, la «spregiudicatezza con cui giocò la nuova centralità del Psi nel quadro politico. Impossibile scindere lo statista dal corruttore, l'intreccio tra affari e politica era costituente di quel partito». Ma Rinaldini accenna anche alla breccia che quei discorsi e quei processi degenerativi stavano operando dentro un Pci dove Berlinguer era in minoranza nella nomenclatura. La "riabilitazione" di oggi, concluderà, è funzionale a una controriforma guidata da un governo in cui 3 ministri e 4 sottosegretari derivano da quella stagione.
Anche lo scioglimento del Pci, riprenderà Ferrero, fu il compimento del disegno politico craxiano e ancora oggi quel paradigma è egemone nella cultura di un pezzo del Pd in piena crisi strategica.
19/01/2010 11:52 pm commenti (0)

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