Tonino Bucci Liberazione 30 Novembre 2011
Ci farà discutere e pensare, e a lungo. Soprattutto per il modo in cui Lucio Magri, tra le menti più lucide nella storia della sinistra italiana, ha scelto di morire. Difficilmente un paese come il nostro, nel quale malafede e ipocrisia vanno a braccetto, può accettare la scelta di un uomo di finire la sua vita in Svizzera, in una clinica specializzata nel suicidio assistito. Così ha scelto di andarsene a 79 anni Lucio Magri, una delle ultime figure di politico-intellettuale come solo il comunismo novecentesco è stato in grado di produrre dal suo alveo. Farà discutere, e non solo perché scatteranno i tabù di un cattolicesimo di facciata - ma molto di facciata, incapace com'è di comprendere cristianamente un'umanissima vicenda. Anziché chiudersi in un rispettoso riserbo dinanzi alla decisione estrema di un uomo cui, certo, non faceva difetto il discernimento intellettuale, c'è stato subito chi ne ha approfittato per riaffermare interessi di bottega nello sgangherato dibattito politico italiano. «Non è possibile pretendere - ha detto, per esempio, il vicepresidente vicario dei senatori del Pdl, Gaetano Quagliariello - che scelte personali, che ritengo in contrasto con il diritto naturale, le compia lo Stato». Che esista un diritto in natura è già difficile a teorizzarsi, ancora più arduo è arrogarsi la legittimità a stabilire cosa sia naturale e cosa no, e quale debba essere l'etica di uno Stato. Ciò che resta da dire, in questa vicenda umana, è il rispetto per una scelta programmata e portata avanti con lucida disperazione. Oltre a ciò, solo il silenzio.
Ma c'è anche un altro aspetto del suicidio di Magri che farà discutere - un aspetto profondamente legato alla sua biografia politica e alla sua identità di comunista. Inevitabilmente qualcuno sarà tentato di collegare l'estrema decisione di Lucio Magri non solo a ragioni esistenziali private - la depressione, la scomparsa della moglie - ma anche al contesto del fallimento politico generale del comunismo. «Sul fallimento politico - conclamato, evidentissimo - s'era innescato - scriveva ieri su Repubblica Simonetta Fiori -il dolore privato per la perdita di una moglie molto amata, Mara, che era il suo filtro con il mondo... Un vuoto che Magri riempie in questi anni con le ricerche per il suo ultimo libro, una possibile storia del Pci che certo non a caso titola Il sarto di Ulm, il sarto di Brecht che si sfracella a terra perché non sa volare. Ucciso da un'ambizione troppo grande, così almeno appare ai suoi contemporanei». Nulla di più semplice che far calzare la metafora dello schianto sulle spalle dell'uomo Magri, un Icaro dei nostri tempi sopravvissuto alla fine del comunismo e sfracellatosi a terra per aver ostinatamente tentato di volare. «Anche Magri voleva volare, voleva cambiare il mondo, e il mondo degli ultimi anni gli appariva un'insopportabile smentita della sua utopia, il segno intollerabile di un fallimento, la constatazione amarissima della separazione tra sé e la realtà. Così le ali ha deciso di tagliarsele da sé». Passino - anzi no - certe annotazioni che alludono alla solita immagine di "rivoluzionario da salotto" attribuita a Lucio Magri - per via di quell'innata predisposizione all'eleganza - ma perché indugiare su certi dettagli, sul parquet della sua abitazione, sui divani, sulla scrivania Impero, sulla cameriera sudamericana capace di preparare il Martini «con cura, il bicchiere giusto, quello a cono, con la scorza di limone»?
Ma quel che proprio non quadra è la semplificazione che trasfigura Magri in un intellettuale spinto al suicidio per non essersi arreso all'evidenza, al fallimento definitivo del comunismo, all'impossibilità che esso si ripresenti nella storia. Non convince e non perché di fallimenti nelle vicende del comunismo non ce ne siano. A nessuno sfugge lo sconquasso epocale dell'89 e lo smarrimento nelle vite di tante persone. Eppure, se c'è una tesi di fondo nel Sarto di Ulm, l'ultimo libro di Magri, quasi un testamento intellettuale, è proprio il diffidare dell'evidenza della realtà così come appare. Pochi altri come lui hanno respinto in questi anni di pensiero unico l'idea della fine della storia e dell'assenza di alternative al mondo che c'è. Può darsi che il suo pessimismo della ragione, la sua analisi impietosa della realtà, avesse incorporato la depressione. E mettiamo pure che in questi ultimi anni non vedesse attorno a sé alternative politiche praticabili in un campo della sinistra frammentato. Ma da qui alla rassegnazione ce ne passa. Se c'era qualcosa di estraneo al suo pensiero era proprio il senso dell'ineluttabilità delle cose che sono. Lui che - tra i fondatori del manifesto assieme a Pintor e Rossanda - venne radiato nel 1970 dal Pci per via della divergenza sul rapporto con i nuovi movimenti e del giudizio del socialismo, è stato tra i non molti intellettuali e politici a non aver abiurato o rimosso il proprio passato comunista. L'avrebbe avuto, lui, qualche motivo. Ma non l'ha fatto. E questo deve far riflettere. Dopo l'89 avrebbe potuto vivere di rendita e riciclarsi nel comodo ruolo di eretico per i suoi trascorsi di dissenziente. E invece no, lui continua a sentirsi interno a una storia, aderisce - dopo qualche tentennamento - a Rifondazione e se la prende con coloro che, senza mai aver preso decisioni di rottura in passato, dopo l'89 hanno dato sfogo ai propri sensi di colpa liquidando in toto il comunismo novecentesco. Nel provare a cambiare le cose può succedere che ci si schianti a terra. Ma è così che si impara a volare. Per questo c'è da essere orgogliosi del sarto di Ulm.
Ci farà discutere e pensare, e a lungo. Soprattutto per il modo in cui Lucio Magri, tra le menti più lucide nella storia della sinistra italiana, ha scelto di morire. Difficilmente un paese come il nostro, nel quale malafede e ipocrisia vanno a braccetto, può accettare la scelta di un uomo di finire la sua vita in Svizzera, in una clinica specializzata nel suicidio assistito. Così ha scelto di andarsene a 79 anni Lucio Magri, una delle ultime figure di politico-intellettuale come solo il comunismo novecentesco è stato in grado di produrre dal suo alveo. Farà discutere, e non solo perché scatteranno i tabù di un cattolicesimo di facciata - ma molto di facciata, incapace com'è di comprendere cristianamente un'umanissima vicenda. Anziché chiudersi in un rispettoso riserbo dinanzi alla decisione estrema di un uomo cui, certo, non faceva difetto il discernimento intellettuale, c'è stato subito chi ne ha approfittato per riaffermare interessi di bottega nello sgangherato dibattito politico italiano. «Non è possibile pretendere - ha detto, per esempio, il vicepresidente vicario dei senatori del Pdl, Gaetano Quagliariello - che scelte personali, che ritengo in contrasto con il diritto naturale, le compia lo Stato». Che esista un diritto in natura è già difficile a teorizzarsi, ancora più arduo è arrogarsi la legittimità a stabilire cosa sia naturale e cosa no, e quale debba essere l'etica di uno Stato. Ciò che resta da dire, in questa vicenda umana, è il rispetto per una scelta programmata e portata avanti con lucida disperazione. Oltre a ciò, solo il silenzio.
Ma c'è anche un altro aspetto del suicidio di Magri che farà discutere - un aspetto profondamente legato alla sua biografia politica e alla sua identità di comunista. Inevitabilmente qualcuno sarà tentato di collegare l'estrema decisione di Lucio Magri non solo a ragioni esistenziali private - la depressione, la scomparsa della moglie - ma anche al contesto del fallimento politico generale del comunismo. «Sul fallimento politico - conclamato, evidentissimo - s'era innescato - scriveva ieri su Repubblica Simonetta Fiori -il dolore privato per la perdita di una moglie molto amata, Mara, che era il suo filtro con il mondo... Un vuoto che Magri riempie in questi anni con le ricerche per il suo ultimo libro, una possibile storia del Pci che certo non a caso titola Il sarto di Ulm, il sarto di Brecht che si sfracella a terra perché non sa volare. Ucciso da un'ambizione troppo grande, così almeno appare ai suoi contemporanei». Nulla di più semplice che far calzare la metafora dello schianto sulle spalle dell'uomo Magri, un Icaro dei nostri tempi sopravvissuto alla fine del comunismo e sfracellatosi a terra per aver ostinatamente tentato di volare. «Anche Magri voleva volare, voleva cambiare il mondo, e il mondo degli ultimi anni gli appariva un'insopportabile smentita della sua utopia, il segno intollerabile di un fallimento, la constatazione amarissima della separazione tra sé e la realtà. Così le ali ha deciso di tagliarsele da sé». Passino - anzi no - certe annotazioni che alludono alla solita immagine di "rivoluzionario da salotto" attribuita a Lucio Magri - per via di quell'innata predisposizione all'eleganza - ma perché indugiare su certi dettagli, sul parquet della sua abitazione, sui divani, sulla scrivania Impero, sulla cameriera sudamericana capace di preparare il Martini «con cura, il bicchiere giusto, quello a cono, con la scorza di limone»?
Ma quel che proprio non quadra è la semplificazione che trasfigura Magri in un intellettuale spinto al suicidio per non essersi arreso all'evidenza, al fallimento definitivo del comunismo, all'impossibilità che esso si ripresenti nella storia. Non convince e non perché di fallimenti nelle vicende del comunismo non ce ne siano. A nessuno sfugge lo sconquasso epocale dell'89 e lo smarrimento nelle vite di tante persone. Eppure, se c'è una tesi di fondo nel Sarto di Ulm, l'ultimo libro di Magri, quasi un testamento intellettuale, è proprio il diffidare dell'evidenza della realtà così come appare. Pochi altri come lui hanno respinto in questi anni di pensiero unico l'idea della fine della storia e dell'assenza di alternative al mondo che c'è. Può darsi che il suo pessimismo della ragione, la sua analisi impietosa della realtà, avesse incorporato la depressione. E mettiamo pure che in questi ultimi anni non vedesse attorno a sé alternative politiche praticabili in un campo della sinistra frammentato. Ma da qui alla rassegnazione ce ne passa. Se c'era qualcosa di estraneo al suo pensiero era proprio il senso dell'ineluttabilità delle cose che sono. Lui che - tra i fondatori del manifesto assieme a Pintor e Rossanda - venne radiato nel 1970 dal Pci per via della divergenza sul rapporto con i nuovi movimenti e del giudizio del socialismo, è stato tra i non molti intellettuali e politici a non aver abiurato o rimosso il proprio passato comunista. L'avrebbe avuto, lui, qualche motivo. Ma non l'ha fatto. E questo deve far riflettere. Dopo l'89 avrebbe potuto vivere di rendita e riciclarsi nel comodo ruolo di eretico per i suoi trascorsi di dissenziente. E invece no, lui continua a sentirsi interno a una storia, aderisce - dopo qualche tentennamento - a Rifondazione e se la prende con coloro che, senza mai aver preso decisioni di rottura in passato, dopo l'89 hanno dato sfogo ai propri sensi di colpa liquidando in toto il comunismo novecentesco. Nel provare a cambiare le cose può succedere che ci si schianti a terra. Ma è così che si impara a volare. Per questo c'è da essere orgogliosi del sarto di Ulm.












