Abbiamo sempre definito la realtà produttiva di Italiana Coke di Bragno una priorità ambientale sulla quale intervenire.
I progetti di copertura dei parchi carbone e di ambientalizzazione della produzione sono stati sempre disattesi, procrastinati nel tempo e accompagnati dai numerosi ricatti occupazionali legati all’aumento dei costi di produzione ad essi connessi e alla conseguente diseconomicità della loro realizzazione.
L’ambientalizzazione del sito in modo da ridurre in modo sensibile l’impatto ambientale connesso alla sua attività che compromette non solo la vivibilità dell’intera zona,con ricadute pesanti sulla salute;ma anche la possibilità di nuovi insediamenti tecnologicamente avanzati, non è più rimandabile.
Ciò che per noi è, ed è sempre stato inaccettabile, è il ricatto occupazionale che è sempre stato attuato in valbormida nell’affrontare le crisi industriali che si sono susseguite.
La vicenda della copertura dei parchi carbone ha dell’inverosimile.Questo investimento è ormai ampliamente disatteso e sempre portato come contropartita nelle innumerevoli vertenze locali.Dalla costruzione della centrale a Carbone a Bragno, all’accordo di programma legato alla vicenda Ferrania,all’ampliamento della centrale di Vado.
La contrapposizione che oggi si tenta di rimettere sulla bilancia tra industrialismo e ambientalismo riporta alla mente i vecchi schemi che hanno accompagnato la vicenda ACNA.
Il canovaccio dello scarico di responsabilità su chi ha, ed ha avuto il coraggio, di sostenere e denunciare l’impraticabilità di determinate scelte e strategie industriali non è mai cessato.
A Pomigliano si è tentato di scaricare sulla FIOM e sui lavoratori che hanno avuto il coraggio di votare “NO” ad un referendum fuori scopo,le responsabilità di una politica industriale FIAT che non ha negli obiettivi continuare la produzione in Italia.
A Bragno, nello stesso modo, si tenta di scaricare sulla cosiddetta componente “Ambientalista” la responsabilità del futuro produttivo del sito.
Vecchi schemi e vecchie demagogiche contrapposizioni che, utilizzando i lavoratori come merce di scambio, tentano di coprire politiche e strategie già concordate.
Il rispetto delle normative su emissioni ed impatto ambientale non è, e non dovrebbe essere oggetto di contrattazione e di scambio,così come i diritti costituzionalmente ancora riconosciuti.












