In questi giorni in cui è stata rotta la cortina fumogena sparsa sui quesiti referendari del 12 e 13 giugno, si fa sempre più chiara la vera portata strategica ed il vero significato legato all’esito del referendum.
Chi ha avuto modo di vedere le tesi a confronto proposte dagli schermi televisivi, non può non avere colto la differenza sostanziale di prospettiva sottesa ai quesiti stessi.
In altre parole siamo difronte a due prospettive sostanziamente diverse e contrapposte imperniate sul modello di sviluppo del nostro paese.
Da una parte i sostenitori del NO,ben rappresentati da Oscar Giannino,che interpretano fino in fondo il modello del neoliberalismo moderno,della globalizzazione, delle magnifiche sorti e progressive della competizione.Quel modello per intenderci, che demanda al pubblico l’onere di garantire al privato,come nel caso dell’acqua, una remunerazione garantita del 7% del capitale investito.Remunerazione di cui appunto il pubblico, quindi i cittadini si faranno carico. Un modello che non esita a regalare ai privati il patrimonio pubblico collettivo, così ben regolato nel cosiddetto Federalismo demaniale targato Tremonti.Lo stesso modello interpretato da Marchionne e Marcegaglia, il modello della flessibilità giocata sui diritti,di Pomigliano e Mirafiori
Lo stesso modello che in nome dello 'sviluppismo' a tutti i costi, in ragione di una non dimostrata crescita economica, accentra nelle mani di pochissimi potentati economici e finanziari nazionali ed internazionali, le risorse pubbliche e collettive di un paese.
Non è un caso infatti che uno degli slogan più indovinati del movimento per l’acqua pubblica sia ‘Si Legge acqua, si scrive democrazia’. Proprio qui sta il senso di almeno 3 dei dei questiti referendari, quelli sull’acqua e sul nucleare.
Si perchè in gioco c’è proprio la possibilità ,noi diremmo la necessità, che il pubblico, cioè i cittadini, si riapproprino di ciò che il modello economico neoliberalista gli sta sfilando dalle mani : I beni comuni.
In gioco quindi c’è la possibilità di fare inceppare quelle macchine che,il sociologo italiano Luciano Gallino definisce, le "mega-macchine sociali": sviluppate allo scopo di massimizzare e accumulare, sotto forma di capitale e potere, «il valore estraibile sia dal maggior numero possibile di esseri umani, sia dagli eco-sistemi». Questa "estrazione di valore" è diventata il meccanismo totalizzante e totalitario che ormai abbraccia «ogni momento e ogni aspetto dell'esistenza».
Se la "mega-macchina" del vecchio capitalismo industriale fordista aveva
come motore l'industria manifatturiera, la "mega-macchina" del "finanzcapitalismo" ha come motore l'industria finanziaria. La prima "girava" grazie al lavoro, che generava reddito, diritti, cittadinanza. La seconda "gira" grazie al denaro, che genera altro denaro, e poi ancora denaro, e sempre e solo denaro. "Finanza creativa", abbiamo imparato a
chiamarla in questa inebriante stagione di culto pagano per il dio mercato.
Se la "mega-macchina" del vecchio capitalismo industriale fordista aveva
come motore l'industria manifatturiera, la "mega-macchina" del "finanzcapitalismo" ha come motore l'industria finanziaria. La prima "girava" grazie al lavoro, che generava reddito, diritti, cittadinanza. La seconda "gira" grazie al denaro, che genera altro denaro, e poi ancora denaro, e sempre e solo denaro. "Finanza creativa", abbiamo imparato a
chiamarla in questa inebriante stagione di culto pagano per il dio mercato.
Si "produce" valore quando si costruisce una casa o una scuola; si "estrae" valore quando si impone un aumento dei prezzi delle case o di un altro bene manipolando i tassi di interesse.
Si "produce" valore quando si crea un posto di lavoro stabile e ben retribuito; si "estrae" valore quando si assoldano co.co.pro. mal pagati o si aumentano i ritmi di lavoro a parità di salario.
Il concetto di bene comune deve essere sottratto alla logica mercantilistica del rapporto economico che è diventato ormai il motore di ogni cosa.
Si "produce" valore quando si crea un posto di lavoro stabile e ben retribuito; si "estrae" valore quando si assoldano co.co.pro. mal pagati o si aumentano i ritmi di lavoro a parità di salario.
Il concetto di bene comune deve essere sottratto alla logica mercantilistica del rapporto economico che è diventato ormai il motore di ogni cosa.
Bene comune è la cultura, la scuola, la sanità ed il diritto alla salute, l’arte ,la natura,il territorio.D’altra parte non si capirebbe come mai alcune prozioni di territorio o alcune opere d’arte siano state dichiarate patrimonio universale dell'umanità.
Una vittoria del SI nella tornata referendaria del 12 e 13 giugno significherebbe proprio riaffermare l’esistenza di alcuni confini e paletti oltre i quali il denaro,la mercificazione non si può estendere.Questo confine è delimitato appunto dai beni comuni.
La vittoria del Si sancirebbe la necessità di tornare a parlare di ruolo pubblico nelle scelte economico-strategiche di un paese,dalle quali la politica ha abdicato da molti anni.
La vittoria del Si sancirebbe la necessità di tornare a parlare di ruolo pubblico nelle scelte economico-strategiche di un paese,dalle quali la politica ha abdicato da molti anni.
Non ci illudiamo che tutto il fronte del SI condivida questo taglio politico;ma la sinistra extraparlametare per ritornare a giocare un ruolo determinante nella politica , deve saper declinare questa nuova stagione,secondo schemi e ragionamenti nuovi che rimettano in discussione anche i grandi temi ‘cosa,come, e perchè’ si produce un determinato bene.
Votare Si ai referndum del 12 e 13 giugno significa tentare di fermare la completa svalorizzazione del lavoro, la devastazione delle risorse industriali e naturali, la desolazione cui una massa di donne e di uomini sempre maggiore sono soggette.
Furio Mocco 07/06/2011












