Home » La Bacheca On Line » Morire Da Estranei

Morire Da Estranei

Stamattina un ragazzo di 27 anni si è impiccato nella sua cella. È l’ottavo suicidio in carcere dall’inizio dell’anno. Nella casa circondariale di Canton Mombello, a Brescia, questa morte è arrivata dopo diciannove tentativi non riusciti, solo contandoli dal primo gennaio di quest’anno. Diciannove uomini, come ha subito sottolineato un delegato della Uil, che stavano impazzendo. Costretti in due metri per due, ammassati in pile umane a quattro a quattro, stipati in 506, dove i numeri ufficiali permetterebbero una capienza massima di 260.
Tra le cose che proprio non sono riuscito a trovare ce n’è una che, più di ogni altra, mi ha colpito. Non ho trovato la storia di quel ragazzo, non ho capito da quanto tempo era lì e perché. Non ne ho letto il nome. Solo che era tunisino. Quasi che la giustificazione di questo anonimato fosse legata alla sua radice, alla sua nazionalità straniera. È morto da estraneo, sconosciuto. Domani, probabilmente, non sarà in prima pagina sulla stampa nazionale e non so quanto spazio gli verrà dedicato. Domani sarà il giorno del commiato ad un altro suicidio che fa male, quello di un imprenditore di 45 anni, Paolo Trivellin, che si è tolto la vita perché non reggeva più la disperazione della sua piccola azienda, che non riusciva, da giugno a pagare i suoi dipendenti. Così è accaduto pochissimo tempo fa ad alcuni uomini che avevano perso il lavoro e smarrito ogni speranza per il futuro.
La morte, soprattutto quella che ci si dà con le proprie mani, accomuna, si suole dire. E domani bisognerà chiedersi perché, talvolta, divide. Perché sempre più spesso leggiamo, distrattamente, di scelte così disperate. Di uomini diversi nelle esperienze, nelle occasioni di vita, nelle speranze. Quasi tutti vengono rimossi dalla memoria collettiva e noi non riusciamo a porci domande radicali, ad agire di conseguenza. A sentire queste morti come l’estremo gesto di una quotidianità aberrante.
I suicidi in carcere ci richiamano ad una lunga e dolorosa storia di ipocrisie e di omissioni. Ci ributtano in faccia la massima responsabilità pubblica, quella che priva della libertà un altro uomo. Se i numeri sono pazzeschi (siamo a 67mila detenuti per 44mila posti certificati), perché si evita di pronunciare parole “sconvenienti” per il senso comune? Se i tutori e custodi della sacralità della vita imperversano negli ospedali a caccia di “madri assassine”, perché noi non diciamo con più forza, con più nettezza, che queste morti hanno troppi complici per continuare a tacere? Oggi il carcere è un’istituzione di reclusione sociale, per tossici, immigrati e marginali. Dobbiamo riproporre l’attualità e l’urgenza dell’amnistia per i reati più lievi, per impedire che gli undici milioni di processi pendenti (di cui la metà penali) sommergano la giustizia e uccidano ancora chi non è più un soggetto di diritti.
Il governo vuole affrontare il problema con la faccia feroce della lega e quella imprenditoriale del nuovo “piano carceri”. Raddoppiare i posti per triplicare i detenuti, mentre qualcuno che sa come farsi difendere da costosi avvocati prepara impunità odiose per sé e per i suoi amici. Noi non possiamo permetterci di tacere. Amnistia e depenalizzazione per i reati lievi e intransigenza e severità per chi pensa di avere leggi da addomesticare.
24/02/2010 10:55 pm commenti (0)