Giuliano Rosciarelli da Terra
L'imprenditore Simone Cimino, di origini siciliane, sogna di salvare l'impianto Fiat riconvertendo la produzione in veicoli "verdi". E rilanciare «l'alta tradizione manifatturiera locale che sarebbe un peccato disperdere»
Prosegue il braccio di ferro tra Fiat e lavoratori su Termini Imerese.
Anche ieri lo stabilimento si è fermato per uno sciopero promosso da tutti i sindacati. Al di là di quanto dicano gli analisti Fiat, però, lo stabilimento siciliano, in termini di know how e capacità produttiva, è tra i più efficienti d'Europa. Un gioiello nel ventre del mediterraneo che farebbe gola a molti.
Simone Cimino, imprenditore milanese di origini siciliane, presidente del fondo di private equity Cape Natixis, saprebbe cosa farci: «Salvare quanto di buono c'è nel presidio industriale di Termini Imerese riconvertendo l'impianto alla produzione di auto a propulsione ecologica», una prospettiva più che un sogno realizzabile attraverso il sostegno di partneship italiane e straniere. Riconvertirsi o perire?
L'obiettivo, secondo indiscrezioni anticipate sul Milano Finanza, sarebbe quello di raccogliere un capitale di 100 milioni da parte di diverse società e imprenditori più altri 100 milioni che dovrebbero arrivare da un industriale estero (probabilmente l'indiana Reda) che dovrebbe anche fornire i motori.
Tutto il complesso industriale di Termini dovrebbe essere riconvertito per la produzione di veicoli di piccole dimensioni con alimentazione ecologica da usare in zone che richiedono un'alta valenza ecologica o turistica.
Dottor Cimino, conferma il suo interesse per l'acquisto dello stabilimento di Termini Imerese?
Certo. Non c'è nulla di strano, io faccio l'investitore e guadagno sul capitale investito. Questo è il mio lavoro da venti anni. Prendo i dossier, li esamino e faccio le mie valutazioni. Per questo sono fermamente convinto che l'economia verde rappresenti il futuro e un'ottima alternativa per salvare il patrimonio industriale siciliano.
Da noi c'è un'alta tradizione manifatturiera che sarebbe un peccato disperdere.
A che punto siamo allora con il dossier Termini Imerese?
Attualmente è in piedi uno studio di fattibilità. I miei collaboratori stanno valutando tutti gli aspetti della vicenda compresa la concretezza dei supporti. Prima di annunciare qualunque cosa però bisogna verificare che ci siano tutte le condizioni.
Per esempio, quali?
L'appoggio istituzionale è fondamentale, sia a livello centrale che locale. Spero di avere presto una risposta dall'Assemblea regionale e dal governo, perché è necessario che da parte loro ci sia la volontà di appoggiare l'iniziativa anche solo attraverso incentivi.
Questo è un progetto importante: solo i costi vivi, escludendo questioni logistiche e infrastrutturali, ammontano a circa 50 milioni l'anno.
E' stato contattato già da qualcuno?
Non deve chiederlo a me ma a loro. Comunque voglio ricordare le parole del ministro Scajola: «Noi ascoltiamo tutti». Quindi....
Perché crede che lo stabilimento siciliano sia un investimento remunerativo mentre la Fiat lo sta dismettendo?
Innanzitutto bisogna dire che la Fiat ha delle priorità diverse dalle mie. Ogni azienda ha la sua mission. La Fiat è una grande azienda, con bilanci sostanziosi. Possono investire in altri posti.
Sì ma forse non basta dire che da oggi si fanno auto ecologiche.
Ovviamente. La manodopera esistente, che potrebbe anche aumentare, verrebbe preparata a lavorare in questo progetto sia manifatturiero che di infrastruttura. Certo è un rischio ma credo valga la pena. Quando un imprenditore fa un investimento deve mettere in conto tutto, anche di perdere.







