Di Furio Mocco 24 Agosto 2010
Un articolo comparso su “ilsole24ore.it” che riportiamo di seguito spinge ad alcune riflessioni e confronti con le teorie della decrescita più o meno felice.
Un articolo comparso su “ilsole24ore.it” che riportiamo di seguito spinge ad alcune riflessioni e confronti con le teorie della decrescita più o meno felice.
“La popolazione mondiale ha già speso tutte le risorse energetiche che il pianeta può generare nel 2010. Così, a partire dal 21 agosto e fino alla fine dell'anno, l'uomo consumerà più energia di ciò che la natura sarà in grado di produrre. Il calcolo, a metà tra scienza e provocazione, è stato realizzato dall'Ong Global Footprint Network, l'organizzazione internazionale non governativa che misura l'impatto dell'esistenza sulla natura, nel suo rapporto annuale.
Saremo quindi nuovamente ''in credito'' per quanto riguarda la produzione di cibo, la neutralizzazione delle emissioni di anidride carbonica, ma anche la rigenerazione dell'acqua o la capacità di assorbire i rifiuti, che sono solo parte delle cose che la natura quotidianamente ci offre. La terra, i suoi abitanti, inizieranno a vivere al di sopra dei propri mezzi ecologici.
A misurare il numero massimo di giorni che la biosfera può approvvigionare le risorse consumate è un indicatore statistico di 150 Paesi che mette in relazione il consumo annuo di risorse ecologiche con la loro disponibilità - e la capacità della natura di rigenerarsi nel corso dello stesso arco di tempo. Questo indicatore di sostenibilità ambientale precipita di ogni anno : nel 1987, primo anno in cui fu calcolato l'''Earth Overshoot Day'', il sorpasso avvenne con soli dieci giorni di anticipo rispetto alla naturale scadenza del 31 dicembre. Nel 1995 fu il 21 novembre mentre dieci anni dopo il pianeta andò in riserva già il 20 ottobre. Negli ultimi due anni l'Earth Overshoot Day è stata anticipato di un mese, da settembre ad agosto.
«Quando si esauriscono in nove mesi le risorse di un anno si dovrebbe essere seriamente preoccupati», afferma Mathis Wackernagel, presidente di Global Footprint Network. «La situazione non è meno urgente sul fronte ecologico - aggiunge Wackernagel -. Cambiamenti climatici, perdita di biodiversità e carenza di cibo e acqua sono tutti chiari segnali di come, in un futuro non lontano, non potremo più pensare di vivere chiedendo al pianeta energia a credito».”
Di fronte a questi studi e a queste denunce le leggi economiche rispondono con ricette inadguate che inneggiano all’umento degli indicatori di produttività e di consumo delle risorse naturali ed umane.
Le ricette dello sviluppismo e della crescita infinita sono la risposta capitalistica e la relativa ricetta per sconfiggere anche l’attuale crisi economica, basata sulla crescita della produzione e della commercializzazione dei beni materiali e immateriali. Infatti la crescita economica viene misurata con il Prodotto Interno Lordo, che si limita a calcolare il valore monetario delle merci, cioè dei prodotti e dei servizi scambiati in denaro. Tuttavia il concetto di bene e il concetto di merce non sono equivalenti poichè non tutti i beni sono merci e non tutte le merci sono beni.
E’ logico, evidente ed urgente iniziare una discussione per elaborare programmi che facciano della decrescita, più o meno felice,una ricetta alternativa alla globalizzazione e all’attacco ai rapporti sociali in essere nell’economia globalizzata.
Poiché molte merci non sono beni e molti beni non sono merci, la decrescita può diventare il fulcro di un nuovo paradigma culturale e un obbiettivo politico se si realizza come una diminuzione della produzione di merci che non sono beni e un incremento della produzione di beni che non sono merci. Questo processo è in grado di apportare miglioramenti altrimenti non ottenibili alla qualità della vita e degli ecosistemi. Una decrescita guidata in questa direzione, racchiude intrinsecamente un fattore di felicità. Vive felicemente chi si propone di avere sempre maggiori quantità di merci, anche se non sono beni, e spende tutta la vita per questo obbiettivo? O al contrario non vive più felicemente chi rifiuta le merci che non sono beni e sceglie i beni di cui ha bisogno in base alla loro qualità e utilità effettiva, lavorando di meno per dedicare più tempo ai suoi affetti?
Vive felicemente chi vive in una società che si propone di produrre sempre maggiori quantità di merci, anche se non sono beni, e sacrifica a questo obiettivo la qualità dell’aria, delle acque e dei suoli? O al contrario non vive più felicemente chi vive in una società che antepone il bene della qualità ambientale alla crescita della produzione di merci che non sono beni?
Alla base di questi ragionamenti sta la messa in discussione delle leggi economiche e sociali dettate dal Fondo Monetario Internazionale a cominciare dai parametri di Maastricht impostati sul rapporto tra deficit e PIL.












