Si è capito che è ormai inutile aspettarsi qualcosa di civile e ragionevole in materia di testamento biologico da parte di questo Parlamento. E’ passato poco più di un anno dalla morte di Eluana Englaro che scosse l’Italia e poco meno di un anno dalla fulminea approvazione in Senato del disegno di legge che volle imbrigliare la volontà di scelta delle persone, quello intitolato “in materia di alleanza terapeutica, di consenso informato e di dichiarazioni anticipate di trattamento”. Ed è come se nulla si fosse mosso.
Ora quel provvedimento è all’esame della commissione Affari Sociali della Camera e non c’è dubbio che, una volta approvato, verrà calendarizzato per la discussione finale in Aula, ovviamente in base a convenienze politiche e mercanteggiamenti di sopravvivenza governativa che nulla hanno a che fare con gli interessi dei cittadini, siano essi sani o malati, cattolici o laici, e nemmeno con i tanto sbandierati valori.
Anche il punto di svolta annunciato ieri pomeriggio ha il sapore del falso. “Alimentazione e idratazione devono essere mantenute fino al termine della vita ad eccezione dei casi in cui le medesime risultino non più efficaci nel fornire al paziente i fattori nutrizionali necessari alle funzioni fisiologiche essenziali del corpo”, così recita l’emendamento approvato ieri in commissione col voto favorevole della maggioranza e quello contrario dell’opposizione. Una piccola rivoluzione? Un’apertura all’autodeterminazione del paziente e all’autonomia professionale del medico? Una breccia nel dogmatismo della maggioranza? In realtà ha ragione Ignazio Marino: “Una presa in giro”. Per spiegarlo: “Somministrare una terapia quando questa non è più efficace si chiama infatti accanimento terapeutico oppure sperimentazione non autorizzata su esseri umani. I medici, in scienza e coscienza, sanno perfettamente quando una terapia non è più efficace e non è necessario che il Parlamento lo indichi in una legge”. La questione di fondo della legge, ostinatamente irrisolta, continua ad essere un’altra: non stabilire nel codice l’utilità o meno di una terapia, quanto lasciare che sia il paziente a decidere nella sua libertà se voglia o no essere sottoposto a una data terapia, e con una dichiarazione anticipata nel caso in cui non sia più in condizione di esprimere le sue volontà. Un diritto che la legge della destra si ostina a negare. E sul quale, c’è da temere, la battaglia sarà ancora lunga.
Nel frattempo, nell’attesa spesso vana di un miglioramento, non resta che affidarsi alle energie e alle buone volontà dei singoli. Per esempio come nel caso di cui parlava qualche giorno fa il quotidiano La Stampa, piccolo esempio (come da queste parti ci stanno a cuore) di “quelli che cambiano”: un notaio torinese, Natale De Lorenzo, che si è preso la briga di raccogliere i testamenti biologici. E’ uno dei pochissimi in Italia a svolgere questo servizio: poco più di cinquecento euro per mettere nero su bianco le volontà della propria morte. Disposizioni anticipate di fine vita che lui, nelle vesti di pubblico ufficiale, si prende la responsabilità di firmare. Ma poi, come sempre, è dai dettagli che si capiscono le grandi cose, e gli enormi lavori culturali che restano da fare e per cui non basta una legge, anche buona, che sia. Nella poca chiarezza etica e giuridica montata su questi temi, spesso strumentalizzati dalle ideologie, ecco che anche il testamento biologico diventa una questione di élite. E racconta il notaio De Lorenzo alla Stampa: “il lavoratore della Fiat non ha nemmeno il dubbio, arriva da me chi ha la tranquillità economica per ragionare sul valore della sua dignità di uomo. Lo vedo e lo sento il travaglio dei clienti”. Nell’attesa che il Parlamento si pronunci su questi argomenti.











