di Gemma Contin Liberazione 5 marzo 2010
Arriva come un siluro ad alto potenziale, nel bel mezzo dei congressi dei sindacati, in corso in varie città d'Italia, il disegno di legge governativo che mette le mani su tutta la magmatica materia del lavoro e del welfare.
Oggi il Senato si appresta infatti a votare il ddl numero 1167-B che si aggira da due anni per commissioni e aule dei due rami del Parlamento, subendo correzioni di rotta ad ogni passaggio ed emendamenti di ogni tipo, sia dalla maggioranza che dall'opposizione.
Si tratta di uno di quei provvedimenti omnibus in cui si perdono i connotati dei singoli provvedimenti e delle specifiche norme che vanno a toccare leggi di tutela e prassi consolidate.
Il titolo è emblematico: «Deleghe al governo in materia di lavori usuranti, riorganizzazione di enti, congedi aspettative e permessi, ammortizzatori sociali, servizi per l'impiego, incentivi all'occupazione, apprendistato, occupazione femminile, lavoro sommerso, lavoro pubblico,controversie di lavoro».
E', dice la scheda di presentazione, il "Collegato alla legge di bilancio per l'anno 2010 come già per l'anno 2009", con un testo che passa da una versione all'altra e da una Camera all'altra da due anni, in mezzo a liti furibonde nelle Commissioni Lavoro e Affari costituzionali. Un provvedimento firmato dal ministro dell'Economia Giulio Tremonti, "organizzato" dai ministri dello Sviluppo economico Claudio Scajola, della Pubblica amministrazione Renato Brunetta, del Lavoro e Politiche sociali Maurizio Sacconi, con l'imprimatur del ministro per la Semplificazione normativa Roberto Calderoli e del guardasigilli Algelino Alfano.
Un testo che ha dunque tutti i crismi e i timbri del governo, nessuno escluso per provenienza, appartenenza e ruolo: dal leghista Calderoli all'ex socialista Sacconi, dal laico Brunetta al clericale Scajola, passando per la Giustizia che sembra il mestolo di tutti i minestroni cucinati dal governo Berlusconi-Letta-Tremonti e propinati a un Paese sempre più "bollito" e inerte.
Cosa dice il disegno di legge numero 1167-B? Dice un sacco di cose nei 50 articoli di cui è composto, tutte finalizzate a mettere i lavoratori (e più ancora le lavoratrici) in un cul de sac sempre più stretto e opprimente.
Ma detta, soprattutto, all'articolo 30: le "clausole per la certificazione dei contratti di lavoro"; all'articolo 31: le "disposizioni in materia di conciliazione e arbitrato" nelle cause di lavoro; e, all'articolo 32: la "decadenza e disposizioni in materia di contratti di lavoro a tempo determinato".
In particolare, all'articolo 31, si dice che le controversie tra lavoratore e datore di lavoro, in materia di licenziamento o recesso del contratto, ancorché regolamentate dall'articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, potranno essere risolte non necessariamente davanti a un giudice, come finora è avvenuto, ma anche (a preferenza) davanti a un arbitro, e che la scelta (se giudice o se arbitro) il lavoratore la deve indicare nel momento dell'assunzione, vale a dire quando è più vulnerabile e subisce il massimo di pressione da parte di chi si appresta ad assumerlo.
Una vera «controriforma strisciante del diritto del lavoro», ha detto il senatore del Pd ed ex ministro del Lavoro Tiziano Treu, che pure di controriforme in materia di lavoro precario ne ha esperienza diretta, essendo l'ideatore del famigerato "pacchetto Treu" che ha introdotto la figura dei cococo.
Il sociologo del lavoro Luciano Gallino, l'ex presidente dell'Inps Massimo Paci e il giuslavorista Umberto Romagnoli, hanno lanciato un appello contro «un disegno eversivo rispetto all'ordinamento della giurisprudenza in materia di diritto del lavoro».
Per il sindacalista della Cgil Fulvio Fammoni si tratta di «un aggiramento che va ben oltre l'articolo 18, perché impedisce al lavoratore di rivendicare i suoi diritti davanti al giudice»; mentre per il precedente ministro del Lavoro Cesare Damiano «siamo di fronte a un approccio chirurgico del governo in materia di lavoro, senza neppure lo scontro frontale con le parti sociali».
Si mobilita la Cgil con Guglielmo Epifani che annuncia che «il sindacato non starà a guardare. Lo abbiamo denunciato da tempo: questo ddl opera una vera e propria controriforma delle basi del diritto del lavoro italiano, portando a una forma di arbitrato obbligatorio che mina e farebbe saltare tutte le forme tradizionali delle tutele contrattuali e delle libertà dei lavoratori».
Il segretario generale della Cisl Raffaele Bonanni, nel sollecitare la politica a «regolamentare se stessa, perché è già abbastanza sregolata», ha detto di essere d'accordo ma «solo se la materia è affidata alle parti sociali». E Luigi Angeletti, a margine del congresso della Uil, ha affermato che «questo tema, così come tutti i temi del lavoro, prima di tutto deve essere oggetto di confronto e discussione con i sindacati, che sanno trovare soluzioni più efficaci del Parlamento, onde evitare danni».
La materia è destinata a diventare comunque incandescente, non solo per l'abrogazione dell'articolo 412 del Codice di procedura civile (risoluzione arbitrale della controversia) tendente a rimettere il diritto di un lavoratore in mano a un arbitro «che deciderà secondo equità e non secondo legge, anche in deroga ai contratti collettivi di lavoro», precisa ancora il senatore Treu. In più, ci sono anche le riduzioni temporali per adire la controversia e il tetto massimo per la misura del risarcimento, decisi appunto secondo un giudizio arbitrale (arbitrario?) e con grosse limitazioni, come è bene spiegato nell'intervista a lato.
«E' la polemica dei soliti noti - reagisce iroso il ministro Sacconi - su un testo di legge che in due anni è già passato quattro volte al vaglio del Parlamento. L'ennesima prova della malafede di chi vuole sempre accendere tensione sociale».
Lo vada a dire ai lavoratori Fiat di Termini Imerese in uscita, o ai precari a tempo determinato della scuola e della sanità; perché se c'è qualcuno che accende focolai di tensione sociale quello è proprio il governo e il suo ministero. E questo disegno di legge ne è la controprova.
Arriva come un siluro ad alto potenziale, nel bel mezzo dei congressi dei sindacati, in corso in varie città d'Italia, il disegno di legge governativo che mette le mani su tutta la magmatica materia del lavoro e del welfare.
Oggi il Senato si appresta infatti a votare il ddl numero 1167-B che si aggira da due anni per commissioni e aule dei due rami del Parlamento, subendo correzioni di rotta ad ogni passaggio ed emendamenti di ogni tipo, sia dalla maggioranza che dall'opposizione.
Si tratta di uno di quei provvedimenti omnibus in cui si perdono i connotati dei singoli provvedimenti e delle specifiche norme che vanno a toccare leggi di tutela e prassi consolidate.
Il titolo è emblematico: «Deleghe al governo in materia di lavori usuranti, riorganizzazione di enti, congedi aspettative e permessi, ammortizzatori sociali, servizi per l'impiego, incentivi all'occupazione, apprendistato, occupazione femminile, lavoro sommerso, lavoro pubblico,controversie di lavoro».
E', dice la scheda di presentazione, il "Collegato alla legge di bilancio per l'anno 2010 come già per l'anno 2009", con un testo che passa da una versione all'altra e da una Camera all'altra da due anni, in mezzo a liti furibonde nelle Commissioni Lavoro e Affari costituzionali. Un provvedimento firmato dal ministro dell'Economia Giulio Tremonti, "organizzato" dai ministri dello Sviluppo economico Claudio Scajola, della Pubblica amministrazione Renato Brunetta, del Lavoro e Politiche sociali Maurizio Sacconi, con l'imprimatur del ministro per la Semplificazione normativa Roberto Calderoli e del guardasigilli Algelino Alfano.
Un testo che ha dunque tutti i crismi e i timbri del governo, nessuno escluso per provenienza, appartenenza e ruolo: dal leghista Calderoli all'ex socialista Sacconi, dal laico Brunetta al clericale Scajola, passando per la Giustizia che sembra il mestolo di tutti i minestroni cucinati dal governo Berlusconi-Letta-Tremonti e propinati a un Paese sempre più "bollito" e inerte.
Cosa dice il disegno di legge numero 1167-B? Dice un sacco di cose nei 50 articoli di cui è composto, tutte finalizzate a mettere i lavoratori (e più ancora le lavoratrici) in un cul de sac sempre più stretto e opprimente.
Ma detta, soprattutto, all'articolo 30: le "clausole per la certificazione dei contratti di lavoro"; all'articolo 31: le "disposizioni in materia di conciliazione e arbitrato" nelle cause di lavoro; e, all'articolo 32: la "decadenza e disposizioni in materia di contratti di lavoro a tempo determinato".
In particolare, all'articolo 31, si dice che le controversie tra lavoratore e datore di lavoro, in materia di licenziamento o recesso del contratto, ancorché regolamentate dall'articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, potranno essere risolte non necessariamente davanti a un giudice, come finora è avvenuto, ma anche (a preferenza) davanti a un arbitro, e che la scelta (se giudice o se arbitro) il lavoratore la deve indicare nel momento dell'assunzione, vale a dire quando è più vulnerabile e subisce il massimo di pressione da parte di chi si appresta ad assumerlo.
Una vera «controriforma strisciante del diritto del lavoro», ha detto il senatore del Pd ed ex ministro del Lavoro Tiziano Treu, che pure di controriforme in materia di lavoro precario ne ha esperienza diretta, essendo l'ideatore del famigerato "pacchetto Treu" che ha introdotto la figura dei cococo.
Il sociologo del lavoro Luciano Gallino, l'ex presidente dell'Inps Massimo Paci e il giuslavorista Umberto Romagnoli, hanno lanciato un appello contro «un disegno eversivo rispetto all'ordinamento della giurisprudenza in materia di diritto del lavoro».
Per il sindacalista della Cgil Fulvio Fammoni si tratta di «un aggiramento che va ben oltre l'articolo 18, perché impedisce al lavoratore di rivendicare i suoi diritti davanti al giudice»; mentre per il precedente ministro del Lavoro Cesare Damiano «siamo di fronte a un approccio chirurgico del governo in materia di lavoro, senza neppure lo scontro frontale con le parti sociali».
Si mobilita la Cgil con Guglielmo Epifani che annuncia che «il sindacato non starà a guardare. Lo abbiamo denunciato da tempo: questo ddl opera una vera e propria controriforma delle basi del diritto del lavoro italiano, portando a una forma di arbitrato obbligatorio che mina e farebbe saltare tutte le forme tradizionali delle tutele contrattuali e delle libertà dei lavoratori».
Il segretario generale della Cisl Raffaele Bonanni, nel sollecitare la politica a «regolamentare se stessa, perché è già abbastanza sregolata», ha detto di essere d'accordo ma «solo se la materia è affidata alle parti sociali». E Luigi Angeletti, a margine del congresso della Uil, ha affermato che «questo tema, così come tutti i temi del lavoro, prima di tutto deve essere oggetto di confronto e discussione con i sindacati, che sanno trovare soluzioni più efficaci del Parlamento, onde evitare danni».
La materia è destinata a diventare comunque incandescente, non solo per l'abrogazione dell'articolo 412 del Codice di procedura civile (risoluzione arbitrale della controversia) tendente a rimettere il diritto di un lavoratore in mano a un arbitro «che deciderà secondo equità e non secondo legge, anche in deroga ai contratti collettivi di lavoro», precisa ancora il senatore Treu. In più, ci sono anche le riduzioni temporali per adire la controversia e il tetto massimo per la misura del risarcimento, decisi appunto secondo un giudizio arbitrale (arbitrario?) e con grosse limitazioni, come è bene spiegato nell'intervista a lato.
«E' la polemica dei soliti noti - reagisce iroso il ministro Sacconi - su un testo di legge che in due anni è già passato quattro volte al vaglio del Parlamento. L'ennesima prova della malafede di chi vuole sempre accendere tensione sociale».
Lo vada a dire ai lavoratori Fiat di Termini Imerese in uscita, o ai precari a tempo determinato della scuola e della sanità; perché se c'è qualcuno che accende focolai di tensione sociale quello è proprio il governo e il suo ministero. E questo disegno di legge ne è la controprova.











